Con l’ordinazione di don Lorenzo Molteni, la nostra comunità riscopre la bellezza di una chiamata che continua a parlare al cuore degli uomini e delle donne di oggi.

Le ordinazioni sacerdotali celebrate il 13 giugno scorso nel Duomo di Milano sono state un momento di intensa gioia per tutta la Chiesa ambrosiana. La nostra comunità ha vissuto questo evento con una particolare partecipazione, perché tra i nuovi sacerdoti ordinati vi era anche don Lorenzo Molteni, seminarista che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare nel corso degli ultimi due anni.


Ogni ordinazione sacerdotale è un segno concreto della fedeltà di Dio, che continua a chiamare uomini a seguirlo e a servire il suo popolo. In un tempo in cui spesso si parla di crisi delle vocazioni, vedere dei giovani pronunciare il loro “eccomi” ricorda a tutti che il Signore non smette di operare nella storia e di suscitare risposte generose.


Nell’omelia rivolta agli ordinandi, l’Arcivescovo Mario Delpini ha offerto parole capaci di illuminare non solo il ministero sacerdotale, ma il cammino di ogni credente. Ha ricordato come i candidati arrivino all’ordinazione dopo anni di formazione seria e impegnativa, con una preparazione umana, teologica e spirituale accurata. Eppure, anche davanti a questo percorso, rimane viva l’esperienza dell’inadeguatezza.


È un sentimento che appartiene alla storia di molte vocazioni bibliche: nessuno si sente davvero all’altezza della missione ricevuta. Ma proprio qui si trova uno degli aspetti più profondi della chiamata cristiana. L’inadeguatezza non è un ostacolo da eliminare né un difetto da nascondere; diventa piuttosto una condizione favorevole per riconoscersi discepoli. Chi sa di non bastare a se stesso è più disposto ad affidarsi al Signore e a lasciarsi guidare dalla sua grazia.


Questo messaggio appare particolarmente importante nel contesto culturale che stiamo vivendo. Molte persone sperimentano scoraggiamento, smarrimento e fatica nel riconoscere la presenza di Dio. La ricerca spirituale sembra spesso soffocata da ritmi frenetici, da preoccupazioni quotidiane e da una diffusa sensazione di incertezza. In questo scenario, il sacerdote è chiamato anzitutto a essere un segno di speranza.


La sua missione non consiste nel mettere sé stesso al centro, ma nel testimoniare una verità semplice e decisiva, racchiusa nelle celebri parole di Sant’Ambrogio: “Cristo è tutto per noi”. È questa la sorgente del ministero sacerdotale, il cuore della predicazione, il fondamento della vita della Chiesa. Il sacerdote è chiamato a mostrare, con la parola e con la vita, che Cristo è la risposta più profonda alle attese dell’uomo.


Per questo il suo compito è anche quello di incoraggiare la ricerca di Dio presente nel cuore delle persone. Non si tratta di imporre percorsi o di offrire risposte preconfezionate, ma di accompagnare, ascoltare, sostenere e indicare una strada. Ogni uomo e ogni donna custodiscono domande di senso, desideri di bene, attese di felicità che trovano nel Vangelo una luce nuova. Il sacerdote diventa così un compagno di viaggio, capace di aiutare a riconoscere i segni della presenza di Dio nella vita quotidiana.


L’Arcivescovo ha inoltre richiamato gli ordinandi a essere testimoni e inviati, soprattutto verso coloro che si sentono smarriti. È una prospettiva che riguarda tutta la comunità cristiana. La missione della Chiesa non si limita a custodire ciò che già possiede, ma la spinge a uscire incontro alle persone, specialmente a chi vive momenti di fragilità, dubbio o lontananza dalla fede. In questo senso il sacerdote diventa segno visibile di una Chiesa che accoglie, cerca e accompagna.


Anche lo stile di questa testimonianza è essenziale. Delpini ha richiamato il valore della libertà, della mitezza e dell’umiltà, caratteristiche che appartengono al modo di vivere di Gesù. Non è la forza del prestigio a rendere credibile il Vangelo, ma la forza discreta dell’amore. Una vita semplice, libera da ogni ricerca di protagonismo, capace di ascolto e di servizio, diventa una parola eloquente per il mondo di oggi.


In questa prospettiva acquista un significato particolare anche il tema della stima di sé. La cultura contemporanea invita spesso a costruirla sulla prestazione, sul successo o sulla perfezione personale. Il Vangelo propone una strada diversa: la vera stima di sé nasce dal sapere che il Signore ci ama e ci chiama. Non nasce dall’essere perfetti, ma dal camminare con Gesù. È questa consapevolezza che sostiene ogni vocazione e permette di affrontare con serenità i propri limiti.


Guardando a don Lorenzo e ai sacerdoti ordinati con lui, la nostra comunità è invitata a rinnovare la propria fiducia nell’opera di Dio. Le vocazioni non sono soltanto una questione che riguarda i seminaristi o i sacerdoti: sono un dono per tutto il popolo di Dio e una responsabilità condivisa. Ogni comunità è chiamata a creare un clima di fede, di ascolto e di preghiera nel quale i giovani possano interrogarsi con libertà sulla volontà del Signore.


Accompagniamo allora don Lorenzo e tutti i nuovi sacerdoti con l’affetto, la vicinanza e la preghiera. Ringraziamo il Signore per il dono delle vocazioni e chiediamo che continui a suscitare nel cuore di molti giovani il desiderio di seguirlo. La testimonianza di questi nuovi preti ci ricorda che Dio continua a chiamare e che la sua voce, ancora oggi, è capace di aprire strade di speranza per la Chiesa e per il mondo.


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