Il Testamento di San Francesco per riscoprire l’essenziale
“Il Signore ti dia pace”. Con il saluto che Francesco consegnò ai suoi frati si è aperta la meditazione quaresimale dedicata al suo Testamento, testo scritto probabilmente nel 1226, nell’ultimo tratto della sua vita. Un documento breve, essenziale, ma tra i più intimi e vibranti della sua esperienza spirituale.
La serata è iniziata con la preghiera composta da Papa Leone XIV in occasione dell’ottocentesimo anniversario della morte del Santo: un modo per entrare in ascolto, chiedendo la grazia di comprendere non solo le parole di Francesco, ma il suo cuore.
Un uomo assetato di Dio
Di Francesco spesso si conoscono alcuni tratti esteriori — la povertà, la fraternità, il rapporto con il creato — ma meno nota è la profondità della sua esperienza di Dio. Fu un uomo inquieto, in ricerca, abitato dal desiderio di compiere la volontà del Signore.
Le sue “quaresime” non si limitavano al calendario liturgico: i biografi parlano di almeno cinque o sei periodi di quaranta giorni vissuti ogni anno nel ritiro e nella preghiera. Erano tempi di solitudine e di intimità con “il suo Amato”, necessari per discernere e ritrovare la pace.
Quella pace raggiunse una pienezza particolare alla Verna, quando ricevette le stimmate: sigillo della sua configurazione a Cristo crocifisso, segno di un amore contemplato e abbracciato fino in fondo.
L’incontro che cambia la vita
Uno dei momenti decisivi del suo cammino fu l’incontro con il Crocifisso di San Damiano. Davanti a quell’immagine Francesco fece l’esperienza di sentirsi amato e chiamato. Non più una croce vista come sofferenza inevitabile, ma come rivelazione dell’amore più grande.
Per lui il Crocifisso divenne la scuola dell’amore: lì imparò che accogliere la croce non significa cercare il dolore, ma lasciarsi trasformare da un amore che dona tutto.
Il Testamento: memoria e consegna
Nel Testamento Francesco rilegge ventiquattro anni di sequela Christi. È un uomo che si ferma e consegna ai frati la sua eredità spirituale. Non detta nuove regole, ma ricorda l’essenziale: tutto è iniziato dal Signore, tutto è dono, tutto rimanda alla volontà di Dio.
Colpisce il continuo riferimento al Signore: Francesco non attribuisce nulla a sé stesso. Anche nei passaggi più innovativi della sua esperienza, rimane figlio obbediente della Chiesa. Il suo modo nuovo di stare nel mondo — “con” e “accanto” ai fratelli — nasce dalla contemplazione dell’Incarnazione: un Dio che si fa vicino.
Francesco fu capace di costruire relazioni, di creare legami, di sentirsi inviato a tutti. Eppure custodiva nel cuore anche dubbi e domande: “Starò facendo la volontà di Dio?”. Una fragilità che non indebolisce la sua santità, ma la rende più vera e vicina.
Una parola per la nostra Quaresima
Il Testamento appare essenziale, quasi scarno. Manca molto di ciò che Francesco custodiva interiormente. Ma proprio questa essenzialità diventa provocazione per noi: dove si trova il nostro tesoro? Che cosa orienta il nostro cuore?
La meditazione si è conclusa con un invito semplice e profondo: chiedere al Signore di parlare al nostro cuore, di aiutarci a riconoscere la Sua volontà nelle piccole scelte quotidiane. E chiedere a San Francesco di accompagnarci nel cammino verso Cristo.
La serata si è chiusa con il canto del Salve Regina, affidando alla Vergine Maria il desiderio di custodire e far fruttificare quanto ascoltato.
“Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”: sulle orme del Poverello di Assisi, anche noi siamo chiamati a fare di Cristo il nostro unico tesoro.